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mercoledì 18 aprile 2018

Bordeaux: una bussola – Le degustazioni di Enoluogo (11/04/2018)


Bordeaux è per me un mondo quasi sconosciuto. Sono ripartito dalle parole di Alessandro Masnaghetti a Reggio Emilia... “per trovare bottiglie che davvero tolgono il fiato, bisogna salire molto in alto con i prezzi”. Diversamente, quello che più spesso si incontra è la grande maestria applicata alla vinificazione, estrema precisione, senza tuttavia raggiungere il vero slancio.


Sono sempre più convinto di come le degustazioni vadano scelte sulla base di due criteri: il relatore o il livello degli assaggi proposti. Non sempre si riesce a coniugare entrambe queste necessità, ma almeno una delle due deve essere del giusto livello.

In questa sono andato sulla fiducia, prenotando con largo anticipo ancora senza sapere quali sarebbero stati i vini. Anche con la curiosità di ascoltare una voce nuova, ancora meglio se con un diverso approccio alla degustazione, quella di Alessandro Torcoli, direttore di Civiltà del Bere, al secondo anno del lungo percorso di studio per arrivare al titolo di Master of Wine.

Nella piccola sala di Enoluogo, sede della Redazione e punto d’incontro di Civiltà del Bere, abbiamo trovato il nostro tavolo già predisposto con i calici dei 7 vini che da lì a poco avremmo assaggiato. Davanti a noi una tovaglietta con i nomi delle etichette, a fianco una casellina vuota in cui associarne la posizione.


Alessandro ci ha chiesto di degustare alla cieca, sottolineando per ogni bicchiere i 3 descrittori principali, tattilità e quantità dei tannini, un solo aggettivo a definire, nel complesso, la personalità dell'assaggio. Secondo Lui, concentrandosi solo sugli aspetti essenziali del vino e sommando il contributo di tutti, alla fine il carattere che lo specifico terroir imprime nel bicchiere, deve necessariamente emergere.

Non saprei dire come sia andata, a livello personale, come ho premesso, di Bordeaux ho ancora una conoscenza superficiale e di poche bevute, nel complesso non mi pare che Alessandro sia rimasto particolarmente soddisfatto della sua “classe”.

Magari si aspettava conoscitori più profondi del territorio e forse, prima a dopo la degustazione, avrebbe potuto spendere qualche parola di più su quello che avremmo dovuto trovare e ciò che invece ci hanno trasmesso le specifiche zone. Una degustazione con un approccio un po' troppo vicino allo stile da Master of Wine, più adatto a persone che hanno una bella storia di assaggi alle spalle.

Devo però riconoscere che il metodo, come idea, mi è sembrato valido, se non altro da riprovare con vini e terroir che conosco meglio. Soprattutto, e aggiungo finalmente, si è accesa in me la scintilla per i vini di Bordeaux. Alla fine è la sola cosa che conta, sono stai proprio 7 magnifici assaggi.

A conferma di quello che aveva detto il Masna, quando il livello si alza, allora davvero si possono avere dal calice le stesse soddisfazioni che i grandi Borgogna possono offrire. Chiaramente la luce del vino è completamente diversa, più scura che non rossa, sia nel frutto che nell'espressione minerale, anche la speziatura cambia dello stesso colore, la tattilità in bocca è completamente su un altro registro.

Tuttavia l'allungo non teme certo confronti, la vibrazione nervosa della freschezza di un grande Pinot Noir può essere altrettanto resa dalla tessitura setosa di un tannino così magistralmente rifinito. Bevute agli antipodi, ma in grado di rimanere impresse nella memoria con uguale forza.

Complice il “gioco” a indovinelli che abbiamo tentato, non ho avuto modo di catturare con precisione i dettagli di ogni assaggio.

Ricordo però ancora bene l'affascinante diversità del calice #6, così salmastro, letteralmente piccante, mentolato, con in sottofondo un piccolo frutto maturo e la dolcezza del cioccolato al latte. In bocca un tannino importante ma saporito, deciso e graduale nell'affermarsi, finale salato con un'impressione di ferma raffinatezza. Mio favorito e non solo, il vino che ha ricevuto più preferenze, era il 🍷 Vieux Chateau Certan 2012 di Pomerol, purtroppo anche la bottiglia più costosa, realizzata con l'87% di Merlot, completato dal 14% di Cabernet Sauvignon e 1% di Cabernet Franc.

Ecco, adesso finisce che mi piace pure il Merlot...

Nella graduatoria avevo messo appena dietro il calice #7 per la sua freschezza di frutto, sotto forma di ciliegia croccante, sanguinella di fine stagione, la particolarissima florealità inconsuetamente gialla, i ricordi quasi ferrosi, tannino lieve capace di accarezzare con gentilezza il palato. Magari non così complesso e profondo, ma con una dinamica ineguagliata nella serata.

E accidenti di nuovo un Merlot... in prevalenza per l'84%, dello 🍷 Chateau Pavie Macquin 2012 Grand Cru Classé di Saint-Èmilion. Assemblaggio che comprende il 14% di Cabernet Sauvignon e 2% di Cabernet Franc, per un vino a cui indubbiamente il regime biodinamico ha regalato così tanta energia, come spesso accade.

Prezzo più ragionevole, lo avevo già sentito con il Masna, ma non con la stessa soddisfazione, forse ora capisco anche il perché… aveva tanto bisogno di fare l'amore con l'aria. All'Enoluogo ha avuto tutto il tempo che gli serviva, a Reggio invece avevo solo potuto notare come, minuto dopo minuto, si fosse così rasserenato.

Spendo due parole anche per il calice #5, delicato, dal frutto piccolo, nero e dolce. Un sorso aperto su un tannino importante, capace di indurre tensione, ma anche scatto e una vitalità che mi è piaciuta da subito. Si è mostrato come lo 🍷 Chateau Phélan-Ségur 2015 da Saint-Estèphe, bottiglia più giovane della serata, l'unico di un'annata diversa dalla 2012.

Anche i 4 assaggi venuti prima sono stati magnifici, ricchi di personalità, di piena soddisfazione, come tutta la serata, anche solo per la compagnia, che non poteva essere migliore. Una bella gita a Milano, in 3 giorni la grande Borgogna e il grande Bordeaux, con la stessa amica e vicina di banco, peccato la pioggia, ma sono dettagli.


🍷 Chateau Haut-Bailly 2012 – Cru Classé de Graves, Péssac-Leognan 
🍷 Chateau Brane-Cantenac 2012 – 2e Grand Cru Classé, Margaux

🍷 Chateau Leoville-Barton 2012 - 2e Grand Cru Classé, Saint-Julien

🍷 Chateau Pichon Longueville Baron 2012 – 2e Grand Cru Classé, Pauillac

🍷 Chateau Phélan-Ségur 2015 - Saint-Estèphe

🍷 Vieux Chateau Certan 2012 – Grand Vin du Pomerol

🍷 Chateau Pavie Macquin 2012 – 1er Grand Cru Classé, Saint-Èmilion



domenica 15 aprile 2018

Cantina Tramin al "Il 25" di Carpi (12/04/2018)

Si fa presto a snobbare certe realtà del mondo del vino solo perché dietro ci sono dei numeri, per altro nemmeno altissimi su scala nazionale, e una visione enologica che preferisce una qualità ripetibile nel tempo, magari anche perfezionismo, piuttosto che la ricerca del calice che stupisce. 


E sono proprio convinto che se davvero lo volessero, non avrebbero difficoltà a realizzarlo, con la scelta di vigneti, esposizioni, terreni e varietà che hanno a disposizione. Già negli ultimi anni qualcosa si sta muovendo... 

Quando si parla delle cantine cooperative dell'AA bisogna tenere presente che garantiscono un reddito più che dignitoso a tanti piccoli proprietari agricoli che diversamente, vista la minuscola estensione delle proprietà, non potrebbero permettersi di continuare a coltivare la vite. Ci sarebbe abbandono, corsa al ribasso dei prezzi, sfruttamento al limite delle risorse... cose purtroppo già viste in tante parti d'Italia. 

Al di là della mia personale preferenza dei loro vini, a cui non mi sento poi così vicino, la prima cosa a cui bisogna pensare è il rispetto, per una organizzazione cooperativa che mai come in questa regione pensa davvero al benessere dei suoi soci, con la giusta attenzione verso la terra che li ospita. Loro in mezzo ai vigneti ci vivono, vi fanno giocare i loro figli, hanno tutti gli interessi affinché la natura sia preservata al meglio possibile. 

Di questo non fanno proclami né lotta idealogica, per loro è la semplice normalità. Fondata nel 1898, la Cantina di Termeno appartiene a 150 soci con un totale di circa 260 ettari, lo stesso enologo, Willi Stürz, li guida ormai dal 1992. Una caratteristica comune anche ad altre Cantine Sociali della regione, dove si persegue costanza, coerenza di idee, un percorso necessariamente lungo, per arrivare alla crescita. Non si cambia certamente tanto per cambiare.  

Abbiamo avuto l'onore di averne con noi il Direttore Commerciale, Wolfgang Klotz, preparato, cortese e anche piuttosto spigliato, cosa non scontata in regione. 


Dall'ultima vendemmia venivano il Pinot Bianco “Moriz” e il Sauvignon “Pepi”, ancora sui profumi fermentativi il primo, decisamente più espresso il secondo, con il varietale già declinato sul fiore di Sambuco. A parte rare eccezioni, la miglior espressione possibile per questo vitigno in AA. Non per nulla, parte dei vigneti sono a Pennone, altri a Gleno. 

AA Weiss “Stoan” 2016 il vino che mi è piaciuto di più, con lo Chardonnay a costruire l'impalcatura del vino, il Sauvignon ad alleggerirla e il Gewürztraminer ad aggiungere profondità di profumi e un tocco, davvero molto delicato, di spezie. 

Salatissimo il Pinot Grigio “Unterebner” 2016, da vigneti sopra ai 600m e uve raccolte ben mature, con ricordi resinosi e un'importante presenza alcolica. Forse non proprio a suo agio da solo, ma ha legato molto bene con il leggero piccante del delizioso Risotto alla Pescatora di Chef Pier. Il piatto merita una nota più avanti, stava proprio da Dio. 

Non ho mai amato tantissimo il “Nussubaumer”, il Gewürztraminer forse più famoso d'Italia, in questa occasione dalla vendemmia 2016, per quella bocca larga, dolce, morbida che chiude in un leggero amarognolo dovuto proprio al grande calore. Però i profumi sono sempre belli, complessi di iodio, brodo carnoso, acqua di porto, pizzicanti di sale. Nel sorso emergono invece litchi, mango e frutta tropicale. Peccato per la dinamica. 

Finale doppiamente in rosso, con due annate del “Loam”, Cabernet-Merlot Riserva 2015 e 2012, quando ancora non aveva questo attributo. Entrambi scuri, il primo intensamente speziato, con ricordi di terra rossa, pomodoro essiccato, cioccolato e amarena. In bocca un tannino evidente ma levigato, paga un po' sul volume alcolico una certa mancanza di freschezza. 

Più austera la versione 2012, omaggio di Salvatore, e anche più serena, concedendosi persino un soffio di sottobosco umido e tartufato. Porge a compensazione liquirizia e grafite, con un sorso che ha già maggior equilibrio e in questo mi è parecchio piaciuto. 



Lo Chef Pier ha accompagnato i bianchi di apertura con una 🍴 Insalata di Polpo e Gamberi quasi a voler finalmente propiziare l'estate, bella croccante e fresca, come piace a me. Spettacolare il 🍴 Risotto alla Pescatora, dalla cottura perfetta, con quel leggero piccante che gli dava un gran brio e permetteva un matrimonio perfetto nell'abbinamento. Naturalmente non mancavano il loro buonissimo pane, salumi, formaggi e i dolcetti finali.

Di seguito la lista dei vini assaggiati, gran bella serata, come sempre. 

🍷 AA Pinot Bianco “Moriz” 2017 

🍷 AA Sauvignon “Pepi” 2017 

🍷 AA Weiss “Stoan” 2016 

🍷 AA Pinot Grigio “Unterebner” 2016 

🍷 AA Gewürztraminer “Nussubaumer” 2016 

🍷 AA Cabernet-Merlot Riserva “Loam” 2015 

🍷 AA Cabernet-Merlot “Loam” 2012 


Una curiosità... le 5 righe del logo della Cantina di Tramin vogliono essere una testimonianza all'intensità e all'ampiezza dei loro vini. Ci sta proprio bene 😊, una buona scelta.


sabato 14 aprile 2018

Armando Castagno e la Borgogna: Côte de Beaune - Il “pianeta Montrachet” e i suoi satelliti (09/04/2018)

Mi sono svegliato la mattina seguente con ancora vivo il ricordo di quel vino appena portato alla bocca. Una presenza tattile unica, in grado di fermare il tempo all'inizio di ogni piccolo sorso, sintesi perfetta di volume, equilibrio, eleganza e profondità

Un'esperienza a più dimensioni, dove la parola “completo” è finalmente spendibile in modo adeguato, si impone senza pesare, persistente senza suonare un'unica nota, ti lascia scegliere di quale sensazione godere attimo per attimo. L'apertura aromatica dei grandissimi Pinot Noir della Côte de Nuits declinata in bianco, dipinta in tratti salmastri, solari, estivi, bagnata di oli essenziali, pungente di erbe e polvere di roccia... e tanto altro, solo da cogliere.

Era il 🍷 Le Montrachet 2014 di Lamy Pillot, dall'angolo più in alto e a Sud del Grand Cru, un minuscolo vigneto di appena 0.05 ettari.




Dell'altro magnifico bicchiere che gli aveva aperto la strada, lo 🍷 Chevalier-Montrachet 2014 di Philippe Colin, la memoria è ugualmente nitida, ma più marcata nel contrasto cromatico fra tensione aerea e attrazione marina.

Così glaciale già nel colore e nella compostezza dei profumi, una vera progressione all'assaggio con quel picco di sapidità in entrata che strappa letteralmente da ogni pensiero portandoti in riva al Mediterraneo, all'ombra di un agrumeto, con il vento dal largo che porta profumi di iodio e conchiglie.



Puligny e Chassagne... Montrachet e i suoi satelliti proprio nel mezzo. Appena la pendenza comincia a salire il terreno diventa un mantello, la roccia madre emerge in più punti, certe zone sono così desolatamente sassose che si è ormai rinunciato persino alla vigna, quando piove occorre riportare fra i filari la poca terra che l'acqua ha travolto.

Perché allora ostinarsi a coltivare ancora questo paesaggio duro e lunare? Le parole di Armando ci hanno spalancato gli occhi su una verità che ancora una volta ha le radici nella geologia della Côte. 

Solo qui l'esposizione torna in pieno Est, il punto cardinale della vera eleganza, così frequente in tutta la Côte de Nuits, ma puramente episodico a Sud di Corton. Allo stesso tempo i terreni sono privi di quegli ossidi di ferro che esaltano la forza e i toni ematici del Pinot Noir, ma tolgono freschezza e dinamica allo Chardonnay.

A quest'ultimo punto pone infatti eccezione la matrice minerale in diversi climat di Chassagne, che al contrario di Puligny, bianchista da sempre, fino a poche decine di anni or sono ancora diffusamente piantata a Pinot Noir, che tutt'oggi ancora resiste in molti vigneti.

Semplice, evidente, quasi intuitivo... ovviamente dopo il racconto di Armando. Il mondo del vino è così, nulla accade a caso.

In effetti la degustazione è proprio iniziata con l'unico rosso presente, lo 🍷 Chassagne-Montrachet Rouge 1er cru La Cardeuse 2014 di Bernard Moreau, appena aperto dal frutto autunnale si è fatto più fresco minuto dopo minuto mantenendo tuttavia un'anima speziata e di foglie essiccate, senza tuttavia alcuna traccia scura e umida. In bocca intensità e persino un soffio di calore, natura solare, sorridente, con una bella vena gourmandise, non mi dispiacerebbe averlo in cantina. Michele sa bene di cosa parlo 😎...

Dopo l'omaggio alla vocazione passata solo bianchi, ripartiti fra i due comuni e ben capaci di dettare un'identità precisa. Se lo Chardonnay trova freschezza e florealità a Puligny, negli Chassagne è la sapidità che si erge a protagonista.

Dolce nei profumi di tiglio e magnolia, amplificati da polline, confetto e mandorla, dal sorso largo, amichevole, con piena forza aromatica lo 🍷 Chassagne-Montrachet 1er cru Abbaye de Morgeot 2014 di Berthelemot. Lo anima una freschezza nervosa, volendo anche non così ordinata, dal finale salatissimo.

Non si può usare altro termine se non “pura roccia” per il vino di 🍷 Vincent Dancer, lo Chassagne-Montrachet 1er cru Tete du Clos 2015. Un naso che evoca pietra focaia, gas, impressioni salmastre che tuttavia, ascoltate con attenzione, non rinunciano a ricordi di pesca bianca e scorza verde d'agrume. Il sorso porta sensazione affumicate in ingresso e in chiusura, violentemente sapido, quasi piccante, con appena un sollievo dalla morbidezza glicerica e nel respiro finale di lavanda.

Si cambia registro varcando il confine comunale, lo 🍷 Puligny-Montrachet 2014 di Jean Marc Boillot, in mezzo ad una lista con tanto blasone, poteva sembrare il vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro. Alla prova dei fatti se ne metterà dietro un bel po', sfoderando profumi ammalianti per definizione ed articolazione, di fiori bianchi e pesca dello stesso colore, pompelmo, eteree sensazioni cosmetiche. Leggero in bocca, dalla freschezza larga, si trattiene appena in profondità... e per fortuna. Bellissimo nella gradualità tattile, non a caso da climat per la maggior parte situati giusto sotto ai Grand Cru.

Siamo poi saliti in alto e a Nord, fino ai vigneti del 🍷 Puligny-Montrachet 1er cru Hameau de Blagny 2014 di Moissenet-Bonnard, nonostante questo più tropicale e dolce nel frutto, accompagnato da ricordi di brodo ed erbe salate. Anche all'assaggio conferma questa duplice natura, suadente e iodata, chiude però su crema e vaniglia concedendosi uno sbuffo di alcol. Nel complesso una bevuta serena e posata.

Decisamente più irrequieta quella del 🍷 Puligny-Montrachet 1er cru Clos de la Truffière 2014 di Benoit Ente, dall'olfatto variegato, pungenza speziata di fiori in lotta con ricordi di terra, roccia e resina, inspirandolo in profondità la sensazione di polvere da sparo diventa ancor più evidente. Al sorso è protagonista un'acidità piuttosto irrisolta, probabilmente figlia di una bottiglia non particolarmente felice come confermato da un veloce secondo assaggio, risultato molto diverso già nei profumi.

Conclusione in grandezza con i successivi Grand Cru, su cui non ho molto altro da aggiungere, se non che, per quanto belli potessero essere i calici precedenti, lo stacco è risultato imperioso, deciso, netto, senza alcun appello.


Un bellissimo commiato da 4 serate che mi hanno arricchito, nei contenuti, negli assaggi, e nel poter toccare con mano un modo diverso di raccontare il vino, dove chi è chiamato a trasmette la sua passione non ha posto un muro fra se e tutti noi venuti per ascoltarlo. Si può essere autorevoli senza esercitare autorità, un messaggio che a tanti farebbe un gran bene.

Un grazie ad Armando e alle mie compagne di banco, Vania e Giovanna, amiche preziose in queste e tante altre occasioni per il confronto, il coinvolgimento, lo scambio di punti di vista e l'iniezione di passione che sempre mi danno, per scoprire cose nuove nel mondo del vino e non solo.

Questa la lista dei vini degustati:

🍷 Bernard Moreau - Chassagne-Montrachet Rouge 1er cru La Cardeuse 2014
🍷 Berthelemot - Chassagne-Montrachet 1er cru Abbaye de Morgeot 2014 
🍷 Vincent Dancer - Chassagne-Montrachet 1er cru Tete du Clos 2015 
🍷 Jean Marc Boillot - Puligny-Montrachet 2014 
🍷 Moissenet-Bonnard - Puligny-Montrachet 1er cru Hameau de Blagny 2014 
🍷 Benoit Ente - Puligny-Montrachet 1er cru Clos de la Truffière 2014 
🍷 Philippe Colin - Chevalier-Montrachet Grand Cru 2014 
🍷 Lamy Pillot - Le Montrachet Grand Cru 2014 





domenica 8 aprile 2018

🍷 Vignai da Duline - COF Ronco Pitotti Chardonnay 2015

Il bello del mondo del vino sta anche in questo, pensi di aver costruito delle certezze e poi arriva il calice che te le smonta. 


A soli pochissimi giorni dall'assaggio di 4 magnifici Meursault, mi trovo davanti ad un vino così. Simile, se non nelle sensazioni, senz'altro come stile, rigore, intransigenza minerale. Tuttavia non è Francia, bensì Italia... anzi Friuli, Manzano, Ronco Pitotti. 

Mi consolo nell'essere in buona compagnia. Jean-Marc Roulot, assaggiando questa stessa bottiglia a Venezia, propose a Federica e Lorenzo un viaggio d'incontro in Borgogna. 

Sono subito catturato dalla ricchezza del profumo, all'inizio dolce, senza un solo indizio burroso o vanigliato, bianchissimo di fiori, che durano però solo il tempo necessario ad inspirarlo profondamente. 

Allora il registro cambia, in modo netto, cresce un'immagine intensamente minerale, di sabbia rovente, unita al frutto, giallo, maturo, e tantissima spezia. Pesca, zenzero, ananas candito, sgomitano fino a lasciar spazio ad un ultimo respiro salmastro, di conchiglia e ostrica. 

In bocca è pazzesco, potrei azzardare senza timore di non aver mai sentito fin'ora una salinità così concentrata, incisa. Equilibrio e volume passano allora in secondo piano, scorre raccolto, nemmeno un filo di grassezza, aromatico di ginestra, mirabelle e resina, finale di metallo e iodio, sorso illuminato dal sole. 


"Luce e pietra" sono le parole usate da Armando Castagno per introdurre Meursault, questo il punto di unione...



lunedì 2 aprile 2018

La Valtellina – Racconto Monografico di Francesco Falcone (ONAV Parma 28/03/2018)

Secondo Francesco ci vogliono almeno 15 vini per definire completamente la fragilità del Nebbiolo di Valtellina. Una natura che gli viene dall'ambiente in cui l'uva cresce, così precario, su terreni conquistati all'assurda pendenza della montagna, vigneti che si slanciano verso un cielo azzurro di luce. 


Ci vuole amore o nessuna altra scelta possibile per decidere di produrre vini in quei luoghi, lavorare duramente la terra e farsi pagare una miseria i suoi frutti. Bisogna allora essere sognatori... per fortuna in valle ne sono rimasti ancora tanti. 

Che vino è il Nebbiolo di Valtellina? Il suolo è magro, acido fin quasi ad intossicare le piante togliendogli nutrimento, dona poca materia ma tanta grazia, c'è un riflesso nei profumi e nel sapore del clima asciutto, spazzato dal vento, intriso di roccia. 

Nasce già su toni maturi, il tannino lieve non ha bisogno del tempo per addomesticarsi, non c'è quasi colore nemmeno in annate torride, esprime austerità ma con sprazzi di luce primaverile, mineralità sempre un passo avanti rispetto ad una freschezza dal sapore comunque dolce. 

Non si nega nemmeno la resistenza al tempo, figlia di un castello di sensazione così leggere che non possono essere schiantate dal proprio peso, il rischio che invece corrono ben altri Nebbiolo, potenti, alcolici, densi di tannino da giovani, dove appena qualcosa si muove, trascina in rovina il resto. In Valtellina invece tutto si ferma, quasi cristallizzato negli anni, come i muretti a secco che sostengono quei pochi fazzoletti di terra fissi nel paesaggio ormai da secoli. 

Non sono certamente pochi 15 assaggi, ma nemmeno il numero giusto per poter ostentare certezza su un vino dalla storia così lontana. 

Potrei trascrivere le sensazioni di ognuno attingendo agli appunti, a cominciare dal Metodo Classico di Aldo Rainoldi, bellissimo nel colore ramato, certamente semplice, ma decisamente ben più rifinito di come me lo ricordavo, un piacevole soffio di agrumi dai toni salini. 

Faccio ancora molta fatica a distinguere le sfumature fra Sassella, Inferno, Maroggia, ma la cavo decisamente meglio con la magrezza minerale della Valgella, più in generale posso dire che queste espressioni del Nebbiolo mi piacciono molto. 

Senza alzare troppo la voce potrei azzardare “anche ben più di quello di Langa”, intendendo che sicuramente questo vino sottile e profondo è certamente più vicino ai miei gusti, per come accarezza invece di imporsi, per come sussurra invece di alzare il tono, per come tocca il profondo dell'anima invece di incidere i sensi. 

Ora come non mai può essere il momento in cui la tenacia di questi vignaioli venga finalmente premiata, un po' per il clima che gioca a sfavore di altre zone, un po' perché tante persone hanno cominciano a ricercare la leggerezza nel bicchiere. 

Non hanno sfigurato nemmeno gli Sforzati, prodotto comunque piuttosto marginale nella Valle, voluto dall'uomo come ribellione alla natura, in cui la maggiore densità non riesce comunque a soffocare l'essenza che il luogo trasmette alle uve. 

Vino della serata un Nuits Saint George nato sul lato sbagliato delle Alpi e 400km più a Est, sotto forma del 🍷 Valtellina Superiore Le Prudenze 2009 di Alberto Marsetti, da uve interamente del Grumello senza tuttavia rivendicare la sottozona per via di una raccolta più tardiva del solito.

Completamente in sfumatura granato, profuma intensamente di chinotto e scorza di cedro, parte salatissimo per poi concedersi una pennellata di liquirizia unita ad un piccolo frutto nero e maturo. Bocca dall'attacco dolce con un accenno di cioccolato, in sottofondo una sensazione salmastra che accompagna il tannino presente, ma vellutato. Sorso di grandissima grazia e pienezza allo stesso tempo, al naso diventerà ancora più gentile, sfiorando il ricordo di pesca sciroppata e violetta appassita. 

Per non lasciarlo solo in questo racconto scelgo anche il 🍷 Valtellina Superiore Sassella Grisone 2014 di Alfio Mozzi che non smentisce la mia annata del cuore. Colore dalla luce meravigliosa e un naso incantevole, balsamico, con un frutto freschissimo che focalizza la ciliegia matura, nitida e sorprendente speziatura di pasta di mandorle, un'intensa violetta ancora bagnata dalla rugiada del mattino, terra rossa scaldata dal sole. 

Sorso cesellato, ad un esordio appena rotondo oppone uno sviluppo leggero, quell'attimo di trasparenza che riflette la stagione fredda, piccante nel finale dal frutto che si spinge su colori più caldi. Tannino graduale e un bellissimo allungo, finale di incenso, che sarà l'ultimo profumato saluto dal bicchiere ormai vuoto. 


Di seguiti i vini assaggiati, raggruppati da Francesco nel relativo tema. Personalmente, non ne avrei scartato nemmeno uno, piccoli gioielli dalle montagne più belle d'Italia. 

📖 BOLLICINE ALPINE 
🍷 Aldo Rainoldi - Metodo Classico Rosé 2012 (sb. 2018) 

📖 LA VERVE DEL ROSSO DI VALTELLINA 
🍷 Dirupi - Rosso di Valtellina “Olé!” 2016 

📖 DUE IPOTESI OPPOSTE DI VALTELLINA SUPERIORE 
🍷 Boffalora - Valtellina Superiore “Pietrisco” 2015 
🍷 Alberto Marsetti - Valtellina Superiore “Le Prudenze” 2009 

📖 DALLA GRAZIA ALL’INFERNO 
🍷 Barbacàn - Valtellina Superiore Valgella “Söl” 2015 
🍷 Giorgio Giannatti - Valtellina Superiore Grumello 2007 
🍷 Aldo Rainoldi - Valtellina Superiore Riserva Inferno 2000 

📖 VARIAZIONI SUL TEMA DELLA SASSELLA 
🍷 Coop. Agr. Triasso e Sassella - Valtellina Superiore Sassella “Sassi Solivi” 2015 
🍷 Terrazzi Alti - Valtellina Superiore “Terrazzi Alti” 2015 
🍷 Alfio Mozzi - Valtellina Superiore Sassella “Grisone” 2014 
🍷 Walter Menegola - Valtellina Superiore Sassella “Rupestre” 2012 
🍷 Ar.Pe.Pe. - Valtellina Superiore Sassella “Rocce Rosse” 2007 

📖 I MIGLIORI TRE SFORZATO DI VALTELLINA 
🍷 Mamate Prevostini - Sforzato di Valtellina “Albareda” 2013 
🍷 La Perla Marco Triacca - Sforzato di Valtellina “Quattro Soli” 2011 
🍷 Sandro Fay - Sforzato di Valtellina “Ronco del Picchio” 2005

Grazie a Francesco, per la conduzione della serata, e ai ragazzi e ragazze dell'ONAV per averlo organizzato e aver gestito un servizio così impegnativo. Con loro, si sta sempre bene.





Clos des Lambrays e i grandi Cru di Borgogna - Camillo Favaro ONAV Bologna (28/03/2016)


Con l'Onav si sta bene, poche storie, non ci sono certe paranoie che spesso trovo "a casa mia", chiedendo con cortesia puoi entrare posare le tue case scegliendoti il posto, girare con discrezione in sala scattando qualche foto, nessuno che faccia il cerbero.


Una serata dedicata alla degustazione, una festa per la presentazione dell'ultimo libro di Cammillo e Giampaolo Gravina, ogni vino accompagnato da un piccolo racconto.

Toccante la parte su Bonneau du Martray... il cui vecchio conduttore, decine di anni or sono, vedendo la terra nei vigneti ormai esanime, decise già allora di abbracciare una visione diversa di agricoltura fino ad arrivare alla certificazione Demeter negli anni 90.

Proprio all'inizio del 2017 una questione ereditaria lo ha costretto a cedere l'azienda, c'é solo da sperare che la nuova proprietà, gli americani di Screaming Eagle, rispettino quanto hanno trovato e continuino la tradizione di questi spendidi bianchi nella collina di Corton.

Mentre Camillo ripercorreva le tappe dei suoi 12 anni di amore per quelle terre, cadenzata dall'uscita di 3 libri, mi è venuta in mente la prima volta che l'ho sentito parlare. Era il 2013 a Sassuolo, sempre con Onav, una serata dedicata, ovviamente, ai bianchi di Borgogna.

Non lo conoscevo, durante la presentazione colsi solo che era un produttore di Erbaluce, ricordo nitidamente che trovai il suo modello di degustazione molto vicino al mio, con parecchi punti di contatto con la didattica AIS. Ci siamo poi ritrovati in un'altra serata sulla Borgogna "rossa" a Carpi e infine in quest'ultima occasione a Bologna.

Cresciuto tantissimo nella lettura dei vini, davvero in grande forma, probabilmente ispirato dal poter finalmente presentare il suo ultimo lavoro, visibilmente felice nell'animo e nell'esposizione. Gli rubo una frase di quelle da portare per sempre con se... "Chassagne è roccia, Puligny è fiori".

Ad aiutarlo nel rilanciare gli argomenti che mano a mano si presentavano l'amico Filippo Marchi, altra persona del mondo che ho imparato a conoscere e stimare. Una serata come questa non poteva avere una conduzione migliore e affiatata.


Sei calici veramente belli, alcuni indiscutibili, altri magari più in controversi, poi è normale che a questo livello, siano anche il gusto e l'esperienza personale a spostare le preferenze.

Sarà che il primo vino spesso rimane nella memoria più di altri, tuttavia nello 🍷 Chassagne-Montrachet 1er Cru "En Remilly" 2015 di Bruno Colin ho trovato un'energia molto rispondente al suo terroir. Così come il 🍷 Volnay 1er Cru "Fremiet" 2015 del Marquis d'Angerville, seppur dai toni maturi nel colore e nei profumi, mi é piaciuto comunque parecchio per gradualità tattile e ancor di più nella splendida evoluzione all'aria.

Volendo spaccare il capello mi é sembrato in questo momento appena trattenuto il 🍷 Meursault 1er Cru "Perrières" 2014 del Domaine Michelot. Tuttavia dolcezza, agrumi, roccia e florealità abbagliante ci sono già tutti, ha solo bisogno di qualche anno in bottiglia, per superare una leggera difficoltà nel rapporto con l'ossigeno.

Riconosco invece la mia esagerazione nel ritenere lo 🍷 Chapelle-Chambertin Grand Cru 2014 di Trapet Père & Fils come "un filo troppo lavorato". Forse un'impressione derivata dalla notevole completezza ostentata già ora nel bicchiere, con un piccolo frutto rosso dall'intensità speziata e il sorso profondamente minerale e ferroso. Più semplicemente non ha nulla fuori posto, paga appena in purezza a bicchiere vuoto.

Ho lasciato per ultimi i due fuoriclasse della serata, volendo anche annunciati, ma confermare le attese a questi livelli per poi superarle non è poco, anche in un Grand Cru di Borgogna.

Non riporto qui i punteggi, che a volte segno per esercizio mentale, ma il 🍷 Clos de Lambrays 2015 dell'omonimo domaine, ha strappato uno dei numeri più alti che abbia mai scritto, lasciandomi quasi senza fiato per la meraviglia. Vino bellissimo, che unisce la purezza del frutto un tocco glaciale, magistrale nella profondità aromatica e di sensazioni tattile, pieno senza avere eccessi, scorre setoso su aromi di incenso e arancio. Bevute che rimangono impresse.

Appena sotto, ma concedo a lui il commento finale per la storia commuovente e come omaggio al mio animo decisamente bianchista, il 🍷 Corton-Charlemagne 2014 di Bonneau du Martray. Ho subito ritrovato quella magnifica vibrazione gustativa dell'annata 2013, unita ad una delicatezza aromatica dai mille colori, un'anima salata e minerale che termina in ricordi di camomilla e tisana. Letteralmente un gioco di luci e ombre, ci si abbandona volentieri a cercarne i particolari, ben sapendo che alla fine qualcosa dovrà sfuggire.

Infine la lista dei vini assaggiati, le descrizioni sono al solito a parte per i curiosi, è stata una grande serata di uomini, vini e reciproca passione:

🍷 Bruno Colin - Chassagne-Montrachet 1er Cru "En Remilly" 2015
🍷 Domaine Michelot - Meursault 1er Cru "Perrières" 2014
🍷 Bonneau du Martray- Corton-Charlemagne Grand Cru 2014
🍷 Marquis d'Angerville - Volnay 1er Cru "Fremiet" 2015
🍷 Trapet Père & Fils - Chapelle-Chambertin Grand Cru 2014
🍷 Domiane de Lambrays - Clos de Lambrays Grand Cru 2015

Giusto ringraziare anche Davide, ineguagliabile nel mettere in piedi appuntamenti come questi, i ragazzi del servizio con la loro disponibilità, e naturalmente i miei "vicini di banco" in prima fila. Elisa, compagna di tante degustazioni Carpigiane, e i due super tecnici, ma prima ancora grandi appassionati di quel mondo che è anche la loro vita,Gabriele Valentini e Gianluca Allegro, un onore essere seduti al loro fianco.



Armando Castagno e la Borgogna: Côte de Beaune - Meursault e i piccoli comuni del Sud 26/03/2018


C'è una Borgogna che ha una dimensione diversa da quella incontrata finora, un territorio rurale, di bottiglie che quando va bene strappano prezzi che in fondo hanno uno zero in meno rispetto a nomi come Chambolle-Musigny, Vosne-Romanée o Gevrey-Chambertin...


L'animo e la dedizione delle persone però è la stessa, unita necessariamente ad una maggior dose di coraggio e ostinazione. Quello che cambia invece è il paesaggio, alla vite si aggiungono altre culture, diversa l'esposizione, perché il lusso di quella ad Est è riservata a ben pochi fazzoletti di terra.

Valli anche strette, chiuse fra le pareti della Combe, si deve allora salire molto in alto per trovare la luce e proprio per questo magari rivolgersi anche a pieno Sud, alla ricerca di una compensazione che garantisca maturità.

Paesini cristallizzati nel tempo spesso immersi nel verde degli alberi che non hanno tuttavia rinunciato alla vite e a trasformarne i suoi frutti, pareti che trasudano secoli di storia alla ricerca di una meritata finestra che li affacci finalmente nel mondo del vino che conta.

Armando ha provato ad aprirla per Noi in questa terza serata...

Monthelie, Auxey-Duresses, Saint-Romain uno dopo l'altro sempre più incassati in fondo alla stessa Combe, Saint-Aubin giusto alle spalle di Puligny e Chassagne, infine l'ultima propaggine della Côte d'Or con Santenay e Maranges. Là “finalmente” le colline piegano verso Ovest e la pianura si apre in un bagno di sole.


Un viaggio di ben 7 comuni, necessariamente lungo, che ha costretto a sacrificare un po' il racconto dell'ultima tappa, quella di Meursault, la più prestigiosa. Tutto sommato è giusto così, di riflettori accesi su quel territorio se ne possono trovare tanti, ci saranno sicuramente altre occasioni per approfondirlo.

Ben più difficile sarebbe stato trovare un'altra serata in cui qualcuno faccia vivere con le sue parole i luoghi, le persone, i gesti di queste piccole realtà, così diverse. Nei nostri occhi si sono disegnate le immagine, le parole di Armando ne hanno ricreato i silenzi...

Ad un viaggio così non poteva che corrispondere un adeguato numeri di assaggi, ben 10, equamente divisi in bianchi e rossi dai comuni “minori”, facendoci così scoprire alcuni piccoli gioielli, e ben 4 Meursault, scelti fra i più prestigiosi.

Tanto diversi fra loro i 3 Pinot Noir... incantevole la profumatissima leggerezza del 🍷 Saint-Romain di Alain Gras, sorprendentemente pieno e completo, ma fino ad un certo punto visto che si tratta di vigne piantate nel 1990, il 🍷 Santenay di Pierre-Yves Colin Morey. Dal gusto quasi mediterraneo il 🍷 Maranges 1er cru La Fussière di Thomas Morey, anche questo tutt'altro che un caso, dato che siamo nell'estremo meridione della Borgogna Classica con esposizione in pieno Sud.

Molto più simili fra i loro i bianchi di 🍷 Auxey-Duresses e 🍷 Monthelie forse perché vicinanza, gioventù e annata devono ancora far emergere le differenze di terroir, un netto stacco invece per il 🍷 Saint-Aubin 1er cru En Remilly, come intensità e particolarità aromatica, dinamica di bocca e incisività. Una stella di prima grandezza che non ha sfigurato nemmeno rispetto ai successivi Meursault. Ancora una volta ci sono ragioni ben precise, il vigneto è sulla stessa piastra dei Cru alti di Chassagne, proprio sopra al Montrachet.


Di Meursault ne abbiamo assaggiati ben 4, decisamente lontani dallo stereotipo di nocciolina, burro, frutta tropicale ormai superato da quando tanti bravissimi produttori si sono decisi a vinificare da soli le proprie uve. Ormai il comune non è più legato allo diffuso stile “internazionale” dei negociant.

Un sussurro di morbida dolcezza in più per il 🍷 Les Poruzots Dessus 2014 di Arnaud Tessier e nel 🍷 Les Bouches Chères 2015 di Buisson-Charles, entrambi 1er Cru. Tanto speziato il primo e comunque salino il secondo.

Mi sono innamorato della violenza minerale del 🍷 Clos de Mazeray 2015 di Jacques Prieur, con subito la pietra focaia, sale e agrumi che fanno a gara per prendere possesso dei sensi. Sorso conditissimo, quasi arrabbiato, un'energia pazzesca con appena un accenno di rotondità e calore, per terminare comunque “dolorosamente” salato. Mi sono portato a casa la bottiglia da finire e appena mi capita me lo metterò in cantina.

Non è finita qui... perché sono proprio convinto non ci possa essere espressione migliore del Meursault se non quella del 🍷 1er cru Les Perrières 2013 di Albert Grivault. In questo momento le vigne di oltre 60 anni non fanno certo rimpiangere di non avere in degustazione il famoso Clos dallo stesso climat. Ancora ostentatamente verdolino, al naso è “roccia”, senza se e senza ma, condita di foglie di agrumi, metallo caldo, ricordi fumosi. Il sorso porta una sensazione tattile pulsante, nervosa, senza alcuna traccia di burro o miele, freschezza indomita di sale, pompelmo e mare. Bottiglia che vola altissima, capolavoro...

Queste le bottiglie in degustazione, stavolta non aggiungerò altro:

🍷 Alain Gras - Saint-Romain 2015
🍷 Pierre-Yves Colin Morey - Santenay Ceps Centenaires 2015
🍷 Thomas Morey - Maranges 1er cru La Fussière 2014

🍷 Vaudoisey-Creusefond - Auxey-Duresses Blanc 2015
🍷 Terres de Velle - Monthelie Blanc Les Sous Roches 2015
🍷 Larue - Saint-Aubin 1er cru En Remilly 2013

🍷 Jacques Prieur - Meursault Clos de Mazeray 2015
🍷 Arnaud Tessier - Meursault 1er cru Les Poruzots Dessus 2014
🍷 Buisson-Charles - Meursault 1er cru Les Bouches Chères 2015
🍷 Albert Grivault - Meursault 1er cru Les Perrières 2013